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Parlare
della mia pittura è semplice, come semplice è la presentazione
sul catalogo, del 21-30 ottobre 1972, firmata dal critico Albano
Rossi, in occasione della mia mostra personale al Teatro Massimo,
nella “Galleria del Circolo della Stampa”. Così
recita lo stesso Albano Rossi:
“Il piacere di ritrovare nella pittura un tramite per riaccostarsi
amorosamente alla natura, per assaporarne gli aspetti più
suggestivi, per ricostituire quel diretto rapporto col sentimento
che i nostri tempi cercano di inesorabilmente annullare, spinge
ormai pochi artisti: cioè, soltanto coloro che hanno serbata
tuttora inalterata la fede nei basilari principi di una visione
etica della vita e che su tali criteri imperniano anche il proprio
operare pittorico. Giovanissimo, Leonardo Albanese può, per
molti lati, considerarsi tra i sempre più rari appartenenti
al drappello di coloro che preferiscono ancora credere anziché
rinnegare o addirittura distruggere. E il suo convincimento trova
conferma in un devoto ascolto del dettato naturalistico che si trasforma
nell’esigenza di trasmettere anche agli altri le emozioni
genuine esperite nell’intimo del suo spirito (…) egli
preferisce operare liberamente, piuttosto che irrigidirsi entro
uno schema prefabbricato, in una sorta di minimo comune denominatore,
come oggi fanno molti credendo di essere coerenti”.
Non avendo mai frequentato nessuna Scuola d’Arte, ma lasciandomi
guidare dalla spontaneità e dalle “emozioni genuine
esperite nell’intimo del mio spirito”, come giustamente
scriveva Albano Rossi, iniziai la mia avventura pittorica, immergendomi
in temi e racconti paesaggistici. Molti sono i soggetti ispirati
alle campagne madonite, quando in primavera si vestono di molteplici
ed accesi colori, come dei gialli delle profumate ginestre, dell’azzurro
del cielo, del verde dei campi, dello smeraldo delle foglie, del
rosso vermiglio dei papaveri, del rosso geranio e di tutti i magnifici
colori che la natura ci offre e ci regala.
Per il fatto che Dio ci ha donato tutti questi splendidi colori,
noi tutti dovremmo lodarLo e ringraziarLo.
Ricordo
che una volta da bambino andai a trovare mio nonno Calogero in campagna.
Non appena aprii il cancello di legno per entrare nel campo erboso
(trattavasi di erba alta), vidi volare centinaia di farfalline e
farfalle di tutti i colori.
Vi erano moltissimi papaveri, fiori, margherite bianche e gialle,
il canto di uccellini e cardellini, il rosso degli alberi carichi
di frutti (amarene e ciliegie). Quel giorno rimasi affascinato da
quegli splendidi colori e dal profumo che emanavano l’erba
e i fiori, tanto che a me sembrava di vivere un sogno, una favola.
I colori della primavera mi riempivano di gioia e di allegria.
Anche adesso, quando mi ritrovo in quello stesso posto, rivivo quasi
le stesse emozioni e la stessa gioia. Dico quasi perché le
farfalle che vi erano una volta, adesso non ci sono più ed
il profumo dei prati e dell’erba non è più quello
di una volta.
Insomma i colori accesi mi hanno sempre trasmesso gioia ed allegria
ed è per questo che dipingevo quei paesaggi. Non riesco a
dipingere cose tristi con colori cupi perché la quotidianità
dei nostri contesti urbani è già così triste…
Quando mi accosto ad una tela il mio obiettivo è creare un’immagine
capace di trasmettere ad un potenziale fruitore gioia ed allegria.
Nel 1967, dipinsi una tela cm 60 x 90, dal titolo, “ Villa
d’Orleans ed i cigni” è un bel quadro ben riuscito
con una “verve” cromatica di vitalistica freschezza.
Trovai subito l’amatore, ma non poteva essere altrimenti poiché
anche io sono innamorato di quel dipinto.
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La storia della mia pittura -
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I temi del mio "racconto"
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